4 Agosto 2026

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Dalla festa di San Leone al Perdono di Assisi a Sant’Igne

Una memoria che diventa cammino per la nostra chiesa.

L’1 e il 2 agosto la nostra comunità diocesana ha vissuto due giorni di celebrazioni, preghiera e riconciliazione: occasione per ritrovarsi attorno alle radici della nostra Chiesa e, proprio a partire da quelle radici, guardare avanti.

Le celebrazioni per San Leone, compatrono della Chiesa di San Marino-Montefeltro, hanno accompagnato la comunità diocesana intrecciandosi con un altro appuntamento profondamente legato alla storia spirituale di questo territorio: il Perdono di Assisi celebrato a Sant’Igne.

Due momenti distinti e, allo stesso tempo, un unico cammino: dalla memoria di San Leone alla spiritualità francescana, dall’ascolto della Parola alla riconciliazione, dalla cura delle nostre comunità all’attesa ormai vicina della visita di Papa Leone XIV a San Marino, il prossimo 22 agosto.

È dentro questo tempo particolare che le parole del Vescovo Domenico hanno invitato la Chiesa diocesana a non limitarsi a celebrare ciò che ha ricevuto, ma a domandarsi che cosa quella memoria chieda oggi a ciascuno di noi.

San Leone: costruire sulla roccia

Nella celebrazione del 1° agosto il primo sguardo è tornato alle radici. La liturgia della solennità ricorda San Leone come colui che, chiamato da Dio a lasciare la propria patria e «fondato sulla roccia del Tuo amore», dedicò la propria esistenza alla contemplazione e alla predicazione.

Da qui il richiamo del Vescovo all’uomo saggio del Vangelo, che costruisce la propria casa sulla roccia. San Leone, ha ricordato mons. Domenico Beneventi, «ha plasmato la sua vita non sulle sabbie mobili dell’opportunismo o della paura, ma sull’ascolto saldo del Vangelo». La roccia diventa così molto più di un’immagine: è la scelta del fondamento sul quale costruire la propria esistenza e quella di una comunità.

Ed è proprio a partire da questo fondamento che il Vescovo ha rivolto lo sguardo alle sfide che attendono oggi la Chiesa di San Marino-Montefeltro.

 

Non un museo da custodire, ma una comunità viva

In un contesto culturale profondamente cambiato, la memoria di San Leone diventa un invito a ripensare il nostro stesso essere Chiesa. Occorre riscoprirsi: «non una struttura difensiva o un museo da custodire, ma una comunità viva, unita, in permanente stato di missione ed evangelizzazione». Evangelizzare significa tornare a sperimentare «la bellezza dell’incontrarsi attorno a Cristo», ma anche contribuire alla vita del territorio, delle città e delle istituzioni, mettendosi al servizio del bene comune.

Un rinnovamento che riguarda tutti.

Ai sacerdoti e ai diaconi, suoi confratelli nel ministero, il Vescovo ha ricordato che il compito del ministero «non è occupare spazi, ma generare processi», servendo e custodendo la vocazione di ogni battezzato. All’intera comunità ha consegnato invece il valore della corresponsabilità: la Chiesa cresce quando ciascuno riscopre la propria chiamata e si sente parte della missione.

«I nostri monti non sono periferie dimenticate»

La festa di San Leone parla inevitabilmente anche del territorio nel quale la sua testimonianza ha messo radici. San Leone «non ha cercato luoghi comodi», ma ha portato su questi monti l’annuncio del Vangelo; monti e aree interne che custodiscono una straordinaria ricchezza, ma conoscono anche fragilità profonde: lo spopolamento, la solitudine, le difficoltà delle famiglie e la mancanza di prospettive per i giovani.

Proprio qui, ha sottolineato il Vescovo, «la fede deve farsi carne e presenza sociale». Da qui l’appello a costruire alleanze forti e trasparenti tra comunità cristiane e istituzioni pubbliche, capaci di interpretare le attese delle persone, sostenere le famiglie, custodire la terra e lavorare insieme per il bene comune. Una prospettiva racchiusa in una delle immagini più significative dell’omelia: «i nostri monti non sono periferie dimenticate, ma custodi di umanità e di speranza». Non guardare, dunque, alle aree interne soltanto per ciò che rischiano di perdere, ma riconoscere ciò che ancora possono generare e donare.

Da San Leone a Sant’Igne: il cammino continua nel segno del Perdono

Il giorno successivo, 2 agosto, il cammino è proseguito a Sant’Igne, luogo profondamente legato alla presenza francescana nel Montefeltro, per la celebrazione del Perdono di Assisi.

La preparazione alla Santa Messa è stata caratterizzata anzitutto dal sacramento della Riconciliazione. Diversi sacerdoti si sono messi a disposizione per le confessioni, fino al momento in cui si sono riuniti attorno all’altare per la concelebrazione presieduta dal Vescovo Domenico. Un gesto che ha reso concretamente visibile il cuore stesso di questa giornata: il perdono non semplicemente annunciato, ma ricevuto e vissuto.

Anche l’omelia del Vescovo ha condotto la comunità dentro questa esperienza, partendo da una realtà che appartiene alla vita di ogni persona: gli sconvolgimenti, le ferite, le relazioni spezzate, le malattie, le guerre e quelle che il Vescovo ha evocato come vere e proprie “morti interiori”.

Ritirarsi in Dio non significa fuggire dal mondo

“Di fronte alla notizia della morte di Giovanni Battista, il Vangelo racconta che Gesù si ritira in un luogo deserto”: da questa immagine il Vescovo ha sviluppato uno dei passaggi centrali della riflessione. Davanti al dolore, l’uomo sente spesso il desiderio di allontanarsi, di cercare uno spazio nel quale abitare le proprie domande: è quanto accade anche nell’esperienza di Francesco; ma quel ritirarsi, ha sottolineato il Vescovo, non è una fuga dai problemi e dal mondo. Francesco non scappa dalla realtà: cerca in Dio il luogo dal quale poter tornare a guardarla in modo nuovo.

È qui che il Perdono diventa anche invito alla conversione: uscire da ciò che paralizza, dai pregiudizi, dalle divisioni e dalle incoerenze per tornare all’essenziale. La vita di San Francesco diventa così testimonianza capace di attrarre non perché trattiene gli sguardi su di sé, ma perché rimanda a Dio. Essere cristiani significa allora cercare Cristo e non il consenso, lasciandosi trasformare per poter «avanzare nella luce» anziché continuare ad abitare il buio della morte.

Dal deserto alla condivisione

Commentando il Vangelo, che racconta il ritiro di Gesù, la folla che lo cerca e la moltiplicazione dei pani, la riflessione del Vescovo si è aperta alla carità, alla prossimità e alla condivisione.

Davanti alla folla, i discepoli vorrebbero rimandare ciascuno al proprio villaggio perché possa procurarsi qualcosa da mangiare. Gesù, invece, li coinvolge direttamente: «Date voi stessi da mangiare». Il messaggio diventa allora molto concreto: non delegare agli altri ciò che siamo chiamati a fare noi; non allontanare chi ha bisogno, ma imparare ad accogliere, condividere e farsi prossimi.

Per essere cristiani occorre essere discepoli e, per essere discepoli, occorre tornare continuamente a Cristo per imparare ad assumere il suo stesso sguardo sull’altro. Così il Perdono di Assisi non rimane soltanto un atto individuale tra l’uomo e Dio: il perdono ricevuto diventa capacità di riconciliazione, prossimità e amore donato.

Con lo sguardo rivolto al 22 agosto

Le celebrazioni di questi giorni hanno avuto anche un altro orizzonte comune: la visita ormai prossima di Papa Leone XIV.

Già nell’omelia della festa di San Leone il Vescovo aveva invitato la comunità a vivere l’attesa del Successore di Pietro come «un momento di grazia»: «portiamo al Papa le nostre domande, le fatiche dei nostri paesi, il desiderio di non arrenderci». La sua presenza, ha ricordato, sarà occasione per «ritrovare lo slancio degli inizi» e ricominciare dal fondamento che è Cristo.

Anche a Sant’Igne la comunità ha pregato per la visita del Santo Padre, preparandosi spiritualmente all’appuntamento del 22 agosto. Durante la celebrazione è stata inoltre richiamata l’importanza di accompagnare questa preparazione anche attraverso una corretta informazione: programma, indicazioni e comunicazioni relative alla visita saranno diffuse nelle prossime settimane attraverso i diversi canali della Chiesa di San Marino-Montefeltro, che la comunità è invitata a seguire .

«Non conservare strutture, ma seminare di nuovo»

San Leone e San Francesco. La roccia e il perdono. I monti e la prossimità. La memoria e il futuro. I due giorni di celebrazioni consegnano alla Chiesa di San Marino-Montefeltro un unico movimento: tornare alle proprie radici non per fermarsi ad esse, ma per trovare la forza di ripartire. Nella conclusione dell’omelia del 1° agosto il Vescovo lo ha espresso con poche e chiare parole. Rinnovarsi significa riscoprire la Chiesa come «famiglia di Dio» e ritrovare quell’equilibrio che ha caratterizzato la vita di San Leone: contemplazione e predicazione, ascolto saldo della Parola e capacità di portarla dentro le vicende concrete del proprio tempo.

Il giorno successivo, a Sant’Igne, il Perdono di Assisi ha aggiunto un altro passo: ritirarsi in Dio per poter tornare agli altri, riconciliati e capaci di prossimità.
È così che una memoria diventa davvero cammino.
Un cammino che ora conduce la comunità diocesana verso il 22 agosto, pronta ad accogliere il Successore di Pietro portando con sé le speranze, le domande e anche le fatiche di questo tempo.

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