Miei cari,
ci ritroviamo oggi in questa splendida Cattedrale di San Leo, madre e cuore della nostra Chiesa diocesana, in un tempo che parla alle nostre anime con la forza congiunta della storia e della profezia. Celebrare qui la Messa Crismale, nell’ottavo centenario del transito al cielo di San Francesco, non è una semplice scelta commemorativa, ma un atto di rifondazione spirituale. Questo luogo, infatti, custodisce la memoria viva del dono del Monte della Verna al Poverello di Assisi: San Leo è il vestibolo spirituale del luogo-scrigno dove Francesco divenne l’altare vivente della piena assimilazione a Cristo.
Nelle piaghe impresse nella sua carne, Francesco non ha ricevuto solo i segni esteriori della crocifissione, ma il sigillo di una somiglianza interiore e totale a Cristo. Nelle parole del profeta Isaia, che oggi abbiamo ascoltato, si evidenzia con forza che: «Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore» (Is 61,9). Guardando Francesco, infatti, il mondo ha riconosciuto Cristo. In lui, il “segno riconoscibile” non è un’estetica della sofferenza fine a sé stessa, ma l’evidenza di un’appartenenza che trasfigura ogni fibra dell’esistenza.
- Nuove creature davanti alle ferite della storia
La liturgia che stiamo celebrando ci pone dinanzi a un mistero di rigenerazione profonda. Oggi siamo stati convocati non come spettatori di un rito, ma per riconoscere l’opera dello Spirito che ci modella come stirpe benedetta, conformandoci pienamente a Cristo Gesù affinché, come recita la benedizione dell’olio dei Catecumeni, «illuminati dalla sapienza per comprendere il Vangelo, sostenuti dalla potenza per assumere gli impegni cristiani, e resi degni dell’adozione a figli per gustare la gioia di vivere nella Chiesa», sappiamo essere nel mondo creature nuove che si adoperano per l’Avvento del Regno dei cieli.
Al cuore della nostra preghiera, durante l’orazione sulle offerte, s’eleverà un’invocazione audace: chiederemo che il Signore: «elimini in noi le conseguenze del peccato e ci faccia crescere come nuove creature».
Perché osiamo chiedere tanto? Forse, perché abbiamo bisogno che “s’innalzi la nostra fronte”. Oggi più che mai è necessario alzare lo sguardo davanti ai soprusi di morte che sfregiano la storia: guerre assurde, violenze nate dall’istinto di prevaricazione, cuori delusi che profanano l’umano con la cecità del potere e del narcisismo. Essere “nuove creature” significa non lasciarsi schiacciare dal cinismo e dall’indifferenza, ma stare nel mondo con la dignità di chi sa di essere amato da Dio: «La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui e nel mio nome s’innalzerà la sua fronte» (Sal 88).
- Il legame sacramentale: un solo corpo conformato a Cristo
A voi, carissimi fratelli presbiteri, si volge oggi il grato abbraccio di tutta la nostra Chiesa diocesana. In questa solenne celebrazione, il mistero della nostra vocazione risplende in tutta la sua bellezza corale. Non siamo monadi isolate, ma un unico presbiterio che, stretto attorno al proprio Vescovo insieme ai diaconi, manifesta l’unità visibile del corpo di Cristo. Come ci esortava Sant’Ignazio di Antiochia, siamo chiamati a vivere in un’armonia tale che il presbiterio sia accordato al Vescovo “come le corde alla cetra” affinché nel canto dell’unità risuoni la voce stessa di Gesù (Cfr. Ignazio di Antiochia, Lettera agli Efesini, IV, 1).
Siamo chiamati a essere i “rinnovatori” del sacrificio redentore, non per l’esercizio di un potere autoreferenziale, ma in virtù di un mandato d’amore che ci innesta nel cuore della missione ecclesiale. Il legame che ci unisce al Vescovo e, attraverso di lui, a ogni battezzato, è profondamente sacramentale: è la forza dello Spirito che scorre dal Capo alle membra. Insieme, siamo i custodi dello splendore della Sposa di Cristo, la Chiesa. Consapevoli del fatto, come afferma Sant’Agostino, che se «per voi siamo pastori, con voi siamo cristiani», «pellegrini della medesima grazia e mendicanti della stessa misericordia» (Papa Francesco, Discorso ai Partecipanti al Convegno per i Referenti Diocesani del Cammino Sinodale, 25 maggio 2023).
In questo giorno di rinnovamento delle promesse sacerdotali, ricordiamo che la nostra autorevolezza non risiede nel prestigio del ruolo, ma nella capacità di far trasparire Cristo. San Paolo VI ci ammoniva con forza: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». La nostra vita deve farsi trasparenza del Vangelo, affinché non sia la nostra ombra a proiettarsi sui fedeli, ma la luce del Risorto. Come San Francesco, anche la nostra esistenza deve diventare il luogo in cui il Popolo di Dio può “vedere e riconoscere” la benedizione del Signore, liberandoci da ogni traccia di “egoismo clericale” per rivestirci unicamente di Cristo. Camminiamo insieme, affinché la bellezza della nostra comunione — pur col peso della fragilità umana che si frappone all’ ut unum sint — sia la più alta forma di evangelizzazione. Come diceva ancora San Paolo VI, la nostra fraternità deve essere una “scuola di santità”, dove il limite dell’uno trova accoglienza nel cuore dell’altro.
- Missione e consapevolezza: luce nelle opacità del mondo
Ma questa missione non è una prerogativa riservata solo ai pastori. Tutti i battezzati e le nostre comunità di fede sono convocati per essere illuminate dalla sapienza di Dio. Il senso del nostro stare insieme è far sì che la Parola non sia ridotta a ideologia, ma diventi vita vissuta, capace di scardinare le logiche funeste del mondo.
Oggi, la consapevolezza missionaria di ogni battezzato è chiamata a una sfida epocale: schiarire le opacità del peccato e le sue strutture di iniquità. Viviamo in una società che tenta di incatenarci alla schiavitù dell’illusione, vendendo un benessere “a pagamento” che promette felicità ma produce solo nuove dipendenze. Contro questa cultura dello scarto, il cristiano è chiamato a testimoniare la gratuità dell’amore. San Giovanni Crisostomo ricordava che non c’è nulla di più freddo di un cristiano che non si cura della salvezza degli altri (Cfr. Giovanni Crisostomo, Omelie sugli Atti degli Apostoli 20,4). La nostra dignità di figli è un dinamismo che deve liberare la storia.
- Stare nella storia con la fronte alzata: Nuove Creature
In questo scenario, la promessa del Salmo 88 si fa per noi mandato: «La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui e nel mio nome s’innalzerà la sua fronte». Stare nella storia con la fronte alzata significa vivere da “nuove creature”, non più schiavi delle mode o dei poteri di turno, ma cittadini del Regno che camminano nel mondo con la libertà dei figli di Dio. Come è scritto nella Lettera a Diogneto, risalente ai primi secoli della cristianità: «I cristiani abitano la propria patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e tutto sopportano come stranieri» (Lettera a Diogneto, V,5). Questa è la nostra forza: abitare le contraddizioni senza lasciarsene assimilare. Sostenuti dalla potenza dello Spirito, ciascuno di voi è chiamato ad assumere con generosità gli impegni della vita cristiana. La Chiesa non è una struttura burocratica, ma il corpo vivo di chi gusta ogni giorno la gioia di rinascere. È questa gioia l’unico vero antidoto alla stanchezza delle nostre comunità e alla cecità del materialismo.
- Giovani e Aree Interne: Protagonismo e Custodia dell’Umano
Un pensiero di particolare premura va ai nostri giovani e alle nostre comunità delle aree interne, che vivono sulla propria pelle la fatica di una marginalità geografica che troppo spesso si traduce in isolamento sociale. San Leo, con la sua roccia che sfida il tempo e il suo silenzio che parla all’eterno, ci insegna una verità folgorante: non è la centralità dei riflettori a fare la storia, ma la solidità della fede che abita i margini e li anima con gratitudine e infaticabile servizio di promozione e sostegno, orientandoli al bene comune.
Cari giovani, a voi dico con forza: non siete solo il “domani” di cui si parla con astratta speranza; voi siete il presente che arde e custodisce il fuoco della Speranza. Sentiamo l’urgenza di restituirvi lo spazio di un vero protagonismo, liberando il vostro cammino dalle carenze di fiducia e dai pregiudizi di chi vi vorrebbe spettatori passivi della vita. La Chiesa ha bisogno della vostra audacia per scuotere quel torpore che nasce dal disincanto. Vi chiediamo di essere non solo consumatori di futuro, ma costruttori di comunità e, soprattutto, custodi del fuoco della fede. In un mondo che sembra spegnersi nell’illusione di un piacere consumistico, voi alimentate la fiamma della carità. Non abbiate paura di abitare le “aree interne” dell’esistenza — quei luoghi della fragilità e della ricerca di senso dove l’umano grida — portando lì l’olio della consolazione che oggi consacriamo.
Allo stesso modo, le nostre comunità delle aree interne custodiscono una vocazione preziosa e rara: essere le sentinelle della prossimità. In questi territori, dove il ritmo della vita è ancora scandito dal respiro della creazione, siete chiamati a custodire l’umano attraverso la comunione e la vicinanza. La vostra non è una “resistenza” all’abbandono, ma una missione profetica: testimoniare che la dignità di un popolo non si misura dai servizi a pagamento, ma dalla capacità di prendersi cura gli uni degli altri. Liberate la nostra cultura dalle catene dell’apparenza e mostrateci che una vita conforme al Vangelo è possibile: una vita dove la “prossimità” non è una distanza fisica, ma una relazione d’intesa. Siate voi il segno che vivere nella Chiesa è abitare una sorgente di libertà che non si esaurisce mai.
Conclusione
Miei cari, usciamo da questa Cattedrale con la fronte alta. Portiamo nel mondo il profumo di Cristo. Che la nostra Chiesa diocesana, sulle orme di Francesco e fortificata da questi oli santi, possa essere liberata dalle pesanti catene della sfiducia, della rassegnazione e della paura del futuro. Camminiamo speditamente verso il Regno, testimoniando a ogni uomo e ogni donna che incontriamo che siamo, veramente e umilmente, la stirpe benedetta dal Signore.





