Eccellentissimi Capitani Reggenti,
Eccellenza Rev.ma Mons. Petar Rajič,
Stimabili Ambasciatori,
Onorevoli Segretari di Stato e Membri del Consiglio Grande e Generale,
Illustre Autorità civili e militari,
sorelle e fratelli tutti,
È con profonda ammirazione che rivolgo il mio più fervido augurio di un fecondo servizio ai nuovi Capitani Reggenti Alice Mina e Vladimiro Selva, che oggi assumono l’alto ufficio di garanti della libertà e dell’unità della nostra Serenissima Repubblica. Vi insediate in un passaggio sensibile della storia, dove il bisogno di pace e lo sviluppo dei popoli chiedono di ripartire, con coraggio, proprio dal valore della libertà.
Al contempo, il nostro sguardo si volge con gratitudine alle Eccellenze uscenti, Matteo Rossi e Lorenzo Bugli. Il loro mandato non è stato solo rigore costituzionale, ma una testimonianza di cura verso le nuove generazioni. Agendo come saggi mentori, hanno incoraggiato i giovani sammarinesi a riconoscere la tradizione non come «culto delle ceneri, ma custodia del fuoco», secondo la celebre intuizione di Gustav Mahler.
Il rito che celebriamo non è solo un autentico segno amministrativo; è un atto di resistenza spirituale. Mentre il fragore delle armi e il “disordine sociale” squarciano gli equilibri globali, trovarci nella nostra Pieve a celebrare la Libertas significa riaffermare che la coesistenza è la forma suprema della libertà a cui attingere per ribadire l’impegno per la pace.
Le Scritture odierne ci offrono la bussola per questo cammino. Il profeta Isaìa parla di una «lingua da discepolo» e di un «orecchio attento ogni mattina». Qui risiede il segreto di ogni sana politica: prima di parlare al popolo, chi governa deve saper ascoltare. Non il fragore dei social e dei sondaggi ma quello che i Padri chiamavano auditus cordis. È l’orecchio del cuore che permette alle «gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce degli uomini d’oggi» (Gaudium et Spes) di trovare eco nelle istituzioni. Un governo è giusto quando trasforma l’autorità in una prossimità che genera fiducia.
Il Vangelo, di contro, ci mette in guardia dalla sordità cieca di Giuda: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». È la domanda che risuona ogni volta che il bene comune viene messo all’asta, permettendo al particolarismo di erodere la res pubblica. San Marino ci insegna che la libertà è, anzitutto, integrità diffusa. Non è un’eredità statica, ma una conquista quotidiana che richiede il coraggio di dire “no” a ciò che svende la dignità del Paese per un utile immediato o che evade la cura della persona, il cui valore trascende ogni opportunità. La vita è un bene inalienabile, non negoziabile; le leggi, come affermava Sant’Ambrogio, devono essere scritte nei cuori prima che sulle tavole per poter ispirare l’anima del sano governo: la compassione che prende forma nella solidarietà.
In questa prospettiva, la pace non è solo tregua, ma libertà come relazione. Coesistere significa liberarsi dai legami del passato e dalle logiche di blocco che incendiano i confini del mondo, per servire il dono della vita tutelandolo da ogni negazione di diritto umano. Essere liberi e neutrali non significa isolarsi, ma diventare un ponte: il luogo dove il dialogo e il diritto contano più della forza, parlando al mondo con l’alfabeto della pace
La sfida odierna è abitare una libertà solidale e integrale: integrale perché non cede a compromessi morali; solidale perché riconosce nel volto dell’altro — specialmente dei giovani e dei sofferenti — la ragione stessa della propria indipendenza. Onorare le nostre radici cristiane non significa guardare a un passato immobile, ma attingere alla linfa che rende la nostra libertà “integra”, mai “contro” qualcuno, ma sempre “per” qualcosa.
Eccellenze, il Santo Fondatore Marino guidi i vostri passi. Ricordando con San Leone Magno che la dignità del governare risiede nell’utilità recata alla comunità, vi auguro un cammino illuminato dallo Spirito, al servizio della nostra amata Repubblica.





