Celebrazione di chiusura dell’Anno giubilare
Sir 3, 3-7.14-17
Sal 127
Col 3,12-21
Mt 2,13-15.19-23
(da registrazione)
Pellegrini di Speranza, uomini e donne di questo tempo, cristiani mediante l’unzione del Battesimo,
questa sera qui, nella nostra Cattedrale, per ringraziare il Signore per tutto ciò che ha voluto elargire a noi, alle nostre comunità, al mondo, in termini di benefici di grazia, ma soprattutto di prospettive. Grazie che siamo qua, ognuno con la propria vita, le proprie storie, trascinandoci dietro anche le difficoltà che, in questo anno, stiamo vivendo come comunità cristiana. Ma è proprio questo il bello, il bello di un Vangelo che si incarna nell’attualità della nostra storia, altrimenti rischierebbe di essere congelato in ritualismi che non dicono nulla alla nostra vita e per di più non producono koinonia, comunione. Il Signore ci convoca, è lo Spirito Santo, e ci chiama proprio a vivere quello che Giuseppe, Maria e Gesù oggi, nella festa della Santa Famiglia, ci manifestano.
Che cos’è che ci salva? Ci salva l’iniziativa di Dio, un’iniziativa di amore, nella misura in cui rimaniamo fedeli all’impegno di custodia di Gesù nella nostra vita: siamo chiamati a custodire il Vangelo; ogni battezzato ha come primo compito quello di custodire il Vangelo, la Parola di vita, il progetto di salvezza di Dio. E nella misura in cui custodiamo il Vangelo nel nostro cuore, matureremo i sentimenti di Cristo, matureremo le premure di Maria, matureremo ancora di più il silenzio oblativo di Giuseppe. La nostra comunità diocesana, con tutte le attività che sono state proposte e le esperienze di pellegrinaggio, così come ci è stato ricordato nella monizione iniziale, ci ha permesso di intraprendere percorsi giubilari, percorsi di speranza che, come in ogni Giubileo, sin da quando suonò nell’antichità lo yobel, lo strumento che annunciava la misericordia di Dio, hanno un punto di origine, uno sviluppo e una meta. L’origine: ascoltare. Ascolta Israele, ascolta Mimmo, ascoltiamo ognuno di noi, il riecheggio del suono della salvezza che è la Parola che viene proclamata di domenica in domenica dagli amboni delle nostre comunità. È questo il nostro yobel, che ci invita ad alzarci, a metterci in cammino, per sviluppare percorsi di riconciliazione e perdono.
«Tu, pellegrino che ascolti la mia Parola, ti mostrerò strade di vita, che richiedono la docilità e la disponibilità al perdono, alla riconciliazione, alla comunione». Ma se la riconciliazione e la comunione sono il percorso, la meta qual è? La meta è la speranza, la speranza che è custodita proprio nella grazia del Battesimo, la vita eterna.
Ci interessa la vita eterna? O ci interessano le beghe quotidiane che tante volte ci consumano, ci abbrutiscono, ci dividono, ci espongono a quelle contraddizioni che non manifestano la luce del Vangelo?
Abbiamo pregato così la Sacra Famiglia: «Fa’ che maturiamo i sentimenti della Sacra Famiglia». Quali sono i sentimenti della Sacra Famiglia? Ciò che è affidato al sacramento proprio del Matrimonio: la custodia dell’amore che diventa grembo capace di vita. E allora i luoghi giubilari della Diocesi, i luoghi del pellegrinaggio a Roma, i luoghi simbolici che avevamo introdotto, ci hanno permesso di rispondere alla chiamata del suono dello yobel per intraprendere ciò che, come discepoli della Diocesi di San Marino-Montefeltro, abbiamo voluto affidare alla speranza della Comunità di fede.
Abbiamo inaugurato le Comunità di fede affinché divengano risposta concreta della nostra Diocesi, perché tra battezzati ci aiutiamo a custodirci nella speranza cristiana. Sono percorsi che ci permettono di giungere alla Pasqua. Ma qual è la Pasqua, guardando la Sacra Famiglia, se non la Chiesa domestica? Dobbiamo puntare sulle nostre famiglie. La coppia che ha maturato, nella vocazione all’amore, la consacrazione mediante il sacramento del Matrimonio è luogo accogliente della vita, ma diventa anche prima Comunità di fede. La coppia, i figli, lo scoprirsi genitori e figli, ma anche fratelli e sorelle, è questa la nostra speranza: la Chiesa domestica, la famiglia.
E se noi ci prenderemo cura delle nostre famiglie, regaleremo alla società un futuro più umano, più giusto, più bello. Senza la famiglia non c’è futuro, e lo hanno capito tutti, tutti gli educatori, i politici, tutti coloro che sono impegnati a far progredire le nostre società. Senza la famiglia non ci può essere futuro, c’è solo egoismo, c’è solo individualismo, c’è solo avidità, c’è la morte.
Oggi, dunque, la liturgia ci pone di fronte a questo vero modello di vita ed è suggestivo che noi, come Comunità di fede, vogliamo maturare le stesse virtù e lo stesso amore, così abbiamo detto nella preghiera. Le stesse virtù, quali virtù? Lo stesso amore, quale amore? La suggestione dei gesti cui, in questi giorni, stiamo assistendo attraverso le notizie, ma anche le telecronache, con il Papa che sta chiudendo le Porte delle Basiliche romane, richiama il senso di un mandato che sgorga proprio dalla chiusura di quelle Porte. È come se il Papa ci stesse dicendo: «È finito il tempo del Giubileo» e, sbattendoci fuori nel mondo, «inizia il tempo in cui entrare tra le gioie e le speranze, tra le afflizioni e le preoccupazioni di un mondo che ha bisogno di speranza». Il nostro mandato nel mondo qual è? Coltivare i semi di speranza che abbiamo ricevuto, quelli che lo Spirito Santo ha largamente effuso nei cuori di tanti credenti che hanno varcato le soglie della promessa del perdono e della vita eterna, attraversando le porte delle Cattedrali, dei luoghi giubilari, deputati appunto come luoghi di grazia.
Provando a raccogliere queste immagini bisognerebbe, questa sera, ma non lo possiamo fare, poter raccogliere le parole che riportiamo da questo Giubileo, perché sono quelle le parole affidate da Dio, cari pellegrini, che vanno consegnate a dinamiche capaci di muovere la storia nella direzione di promesse e benedizioni. Sì, il potere delle parole. Le parole hanno la forza di indirizzare, hanno la forza di cambiare laddove, radicandosi nel nostro cuore, creano mentalità, creano sviluppo, creano intraprendenza, creano cambiamento. Il potere delle parole del Giubileo che, oggi, alla conclusione delle celebrazioni, ci aprono ad un impegno di cristiani capaci di condividere; come direbbe Giovanni: «Ciò che ho veduto, ciò che ho vissuto, ve lo trasmetto, ve lo racconto». Ed è questo racconto che non dobbiamo perdere. A me sembrano significative alcune parole che mi sono risuonate: riconciliazione, perdono. Parole vere e audaci, gesti concreti di comunione, esodi di liberazione, rigenerazione. A queste mie piccole parole affiderei la prospettiva della speranza, ne sono tutto il riassunto, depositato nell’immagine che abbiamo inaugurato insieme come popolo, comunità dei battezzati di questa Diocesi, Comunità di fede. Comunità di fede che ricevono dal Giubileo la grazia, per l’invocazione, il grido dei poveri che reclama giustizia, pace, liberazione, amore, comprensione, vita. Allora bisogna uscire veramente dall’egoismo, dall’individualismo. Bisogna anche abbandonare l’atteggiamento delle rivendicazioni: non abbiamo nulla da rivendicare, possiamo solo accogliere la grazia che Dio ci dà mediante i sacramenti. Alle volte ho l’impressione che la generosità, e la passione che anima i cuori di noi battezzati per veder crescere le nostre comunità, si siano congelate in uno spirito di paura. Quanto la paura ci blocca, quanto la paura ci impedisce, direbbe Paolo VI guardando ai giovani, di gioire per ciò che nasce! A proposito, un saluto dai giovani che stanno vivendo il campo scuola e che sono in comunione con noi, in questo momento, perché partecipano anche loro alla celebrazione giubilare dove si trovano, a Matera.
Spesso la paura ci ha derubato e spodestato, spesso la paura ha alimentato bugie e falsità. Non dimenticate che il demonio è il grande bugiardo. E l’unico modo per disperdere, smarrirci e distruggere la Chiesa è alimentare bugie, fraintendimenti e ancora di più falsità. Non facciamo il suo gioco! Queste bugie diventano convinzioni, ci chiudono, creano divisione, creano urla che si elevano come incapacità umile di accoglierci per dominare sugli altri.
Per tutto il Giubileo Gesù ci ha consegnato una sola immagine, quella che ha aperto il Giubileo, è quella la Porta: il Crocifisso. È quella la Porta giubilare, l’urlo disperato di un’umanità che dice: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), che si traduce nella preghiera di intercessione: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). È quella la Porta del Giubileo cristiano attraverso la quale tutti dobbiamo passare, ma non per rimanerne schiacciati o vittime, ma per elevarci verso l’atto più bello e luminoso dell’amore di Dio, che è il dono totale di sé. È quella la porta dell’Eucarestia, la porta della misericordia, la porta che smarrisce i superbi nei pensieri del loro cuore e fa esultare con Maria: «Grandi cose hai fatto in me, o Signore» (cf. Lc 1,49). È quella la porta che consola la rabbia, i fraintendimenti. Quante volte mi sento dire: «Il Vescovo ci ha sconvolti, a lui non sta a cuore la crescita delle nostre comunità, vuole mettere in crisi le nostre parrocchie, stavamo così bene, ci sta disgregando, sta punendo i sacerdoti, sta rivoluzionando. Ma cosa vuole questo Vescovo?». Ecco cosa voglio io: offrirmi con Cristo per la crescita di questa comunità che il Signore mi ha affidato e che sento mia.
E allora quali sono le parole e le immagini delle quali vogliamo custodire il futuro di speranza per la nostra Diocesi? Innanzitutto, la parola “custodire” ce la insegna Giuseppe, il quale non ha dato giustificazioni a nessuno, serbando tutto nel cuore come sua moglie Maria, perché ci credeva e si è affidato a quel germe di bene ricevuto. Così anche noi, nelle nostre scelte, dobbiamo coltivare quel dono che abbiamo ricevuto e nel quale crediamo, per il quale ci spendiamo e con il quale vogliamo, insieme e non da soli, costruire Comunità di fede che invocano dal futuro la fatica di ritornare all’essenziale: più semplicità, più sincerità, meno parrocchie anonime, più fraternità che seguono il Maestro e vivono la solidarietà verso una Chiesa che ha bisogno, insieme a tutta la comunità civile, di luce e di speranza. Ma, come avete visto, perché tutti avete approfondito il senso delle Comunità di fede, che sono comunità eucaristiche, la koinonia (comunione) richiede alfabeti comuni, pertanto, al termine del Giubileo, consegno a tutte le parrocchie alcune indicazioni per “fare comunione”, indicazioni che sono il frutto dell’esperienza di questi mesi in cui abbiamo sperimentato una sofferenza dovuta al fatto di avere masticato linguaggi differenti.
- Uniformità nella liturgia. Per “fare comunione” vorrei che in tutte le parrocchie della Diocesi si celebrasse alla stessa maniera. Richiamo l’obbligo di usare il Messale romano. Non bisogna cambiare o personalizzare le liturgie: la nostra liturgia è quella del Papa e quella della Chiesa. Celebrare in maniera propria significa confondere, creare quello a cui stiamo assistendo, divergenze. Non è colpa dei preti che si susseguono se la gente si smarrisce, è colpa nostra quando vogliamo fare, non secondo la Chiesa, ma “secondo me”.
- Riorganizzazione degli Orari delle Messe, non per togliere le Messe, ma per favorire la partecipazione e per dare la possibilità ai preti di poter essere, prima della Messa, a disposizione per le Confessioni. Ho visto preti andare da una parte all’altra, senza avere il tempo di esserci prima della Messa; c’è gente che ha bisogno e durante la settimana non c’è mai tempo. Allora “meno Messa”, una dietro l’altra, “più Messa partecipata”, può darsi non sia nella mia chiesa, non sia nella mia cappella, ma sicuramente nelle vicinanze. Alle volte ad una Messa ci sono due, tre persone e semmai ad un chilometro ce n’è un’altra. È tempo di missione! È tempo di chiederci: vogliamo andare a Messa o vogliamo coltivare i nostri campanili?
- «Gareggiare nello stimarsi a vicenda» (Rm 12,10). È l’indicazione più importante. Una volta il mio padre spirituale mi disse: «Mimmo, quando pronuncerai una parola contro un altro, il Signore ti maledica». Noi cristiani non dobbiamo sparlare gli uni degli altri. È più bello avere il coraggio della correzione fraterna, è più bello scontrarsi, affrontarsi e dialogare che sparlare in salotti dove non si ha nessuna premura di sapere che quelle parole, come disse san Filippo Neri, sono piume di gallina disperse nel vento, difficili da raccogliere. E allora gareggiamo, come dice Paolo, nello stimarci a vicenda, condividendo, incontrandoci, sentendoci fratelli e sorelle per il Battesimo. È questa la Comunità di fede. È questo il progetto diocesano dove nessuno vuole prevalere sugli altri. Permettetemi di ringraziare i sacerdoti, i diaconi, le suore che si stanno adoperando in una maniera veramente immane. Permettetemi di ringraziare anche la pazienza degli Uffici Pastorali diocesani, che quest’anno si prendono un “anno sabbatico”, in cui non programmare nessuna attività, per darsi il tempo di far crescere il germe delle Comunità di fede, e poi i giovani e le famiglie.
In conclusione, le Comunità di fede sono la nostra speranza, sono il senso della Chiesa, sono il nostro progetto diocesano dove tutti concorriamo al bene di ognuno. E in questo le due grandi priorità: la famiglia, custode del futuro, il cui stile pastorale è quello semplice della relazione educativa, genitoriale ed affettiva, e i giovani. Aiutatemi a riscattare il futuro dei giovani dalla delusione, dalla fuga e, il più delle volte, dalle porte sbattute in faccia. I giovani devono uscire per maturare competenze, ma devono anche sognare un ritorno, per non essere stranieri o profughi, ma soprattutto costruttori del futuro.
Il vero rinnovamento è custodito dalla capacità dei giovani di esprimere la giovinezza anche del Vangelo e della Chiesa.
Cari amici, a chiusura del Giubileo affido a me e a tutti voi il segno di questo rinnovato inizio: «Duc in altum (Prendi il largo)» (Lc 5,4). Non dobbiamo aver paura di perdonarci, di amarci, di incontrarci, di abbracciarci.
Il Signore ci chiede di custodire l’essenza della fede, affidata a quella croce che ha unito in Cristo il cielo e la terra, maturando quel meraviglioso scambio in cui Lui si è fatto uomo perché noi diventassimo come Lui.





