Is 7,10-14
Sal 23
Rm 1,1-7
Mt 1,18-24
(da registrazione)
Un saluto a tutti e in modo particolare a te, carissimo Paolo, alla Comunità del Seminario Regionale di Bologna, e a quanti, curando la tua formazione, oggi vivono con noi questa ulteriore tappa che ci vede entrare gradualmente nel mistero che poi diventerà ministero di servizio, il presbiterato.
Oggi, con l’Accolitato, caro Paolo, verrai chiamato e anche istituito, a partire dalla contemplazione dell’Eucaristia, come collaboratore di quella comunità del popolo di Dio che si ispira al sacramento dell’unità e si esprime nella frazione del pane e nella testimonianza della carità, che dovrebbe essere la profezia cristiana.
La liturgia di quest’oggi, carissimi, ci permette di puntare l’attenzione su due immagini. Siamo ormai alle soglie della grotta di Betlemme; ce lo ricordano i tanti presepi che in questi giorni sto vedendo realizzare con gioia nelle nostre chiese. Ho notato che in molte chiese, e anche qui, ci sono due presepi: quello ufficiale e quello fatto dai ragazzi del catechismo. E non è scontato, in un tempo dove il rumore, le distrazioni, le tante connotazioni e colorazioni che vogliamo dare al Natale cristiano ci distraggano dal presepe. Per questo contemplare la grotta di Betlemme vuol dire per me andare all’essenza del mistero dell’incarnazione, da distratti a concentrati.
Oggi, questa domenica, la liturgia ci presenta a fianco di Maria, Giuseppe, l’uomo del silenzio, l’uomo anche dei sogni, l’uomo che è qui, sospeso tra il dubbio della ragione di fronte a quello che è successo alla sua sposa e l’accoglienza di una chiamata che avviene proprio in quella situazione, perché Dio ci chiama non quando vogliamo noi, ma spesso nelle contraddizioni della vita, quelle che non riusciamo a comprendere, ed è là che irrompe con la luce della sua Grazia, perché il suo inaudito messaggio di salvezza trovi spazio e accoglienza innanzitutto nella vita di ciascuno. Quel sogno, il sogno di Giuseppe di cui ci parla il Vangelo di oggi, ha bisogno dell’adesione di Giuseppe, come ha bisogno dell’adesione di ciascuno di noi, perché il Signore, prima di salvare gli altri, vuole fare della nostra vita di salvati una profezia, un’icona, ma soprattutto una testimonianza per gli altri. Potremmo dire che Giuseppe, figlio di Davide, a cui l’angelo dice “non temere”, è un po’ il primogenito dei discepoli di Gesù. È il primo a seguirlo. E come inizia il cammino di sequela di Giuseppe? Proprio con le parole «non temere, non aver paura». «Quello che si compie in Maria, la tua sposa, non è un atto di vergogna per te, seppure il mondo ti condanni, seppure il mondo ti critichi, seppure il mondo ti dica “tu sei un folle”. Quello che accade in Maria è per te, perché tu possa transitare dalla logica di una giustizia perbenista e di un moralismo fuori luogo alla logica di un uomo che, salvato da Dio, si lascia custodire da quel mistero». Ma se il “non temere” di Giuseppe diviene un invito rassicurante per poter accogliere ciò che accade e prepara proprio a Betlemme, noi ci chiediamo questa sera con te, Paolo, perché l’Accolitato? Perché il Lettorato l’anno scorso e l’Accolitato quest’anno? Perché tanti ministeri per corrispondere alla chiamata della Chiesa per la crescita della Chiesa stessa? Perché, come dice Paolo, per mezzo di Gesù Cristo noi abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli. E il motivo di questo apostolato, che si esprime attraverso la ministerialità, è il suscitare l’obbedienza della fede a gloria di Cristo.
Tutti noi battezzati, in quanto custodi del dono di grazia della vita eterna, siamo tornati ad obbedire alla voce del Signore, a Cristo, perché cresca, in maniera degna del Regno, quella che è la gloria di Dio l’uomo vivente, il suo popolo santo. E allora, carissimo Paolo, il “non temere” di Giuseppe, che la Chiesa oggi rivolge a te nell’accogliere il servizio ministeriale di Accolito per suscitare l’obbedienza della fede laddove tu sarai, divenga una profezia, un invito a non aver paura del mistero di Dio, un invito soprattutto ad affidarsi, nonostante la paura del futuro, la paura dell’altro, la paura di fallire, un consegnarsi allo Spirito Santo. È lui che ci guida, è lui che soffia nel mondo e che, attraverso di noi, invita all’incontro vero con Gesù che è l’Eucaristia.
“Non temere” di prendere con te spazio, disponibilità, ma soprattutto il soffio dello Spirito che oggi, attraverso il ministero dell’autorità, innanzitutto provoca i tuoi timori e i tuoi sogni, smonta le nostre prospettive per vederci sempre di più nella visione di Dio; lo Spirito è capace di consegnarti totalmente nel servizio al Corpo di Cristo celebrato, professato, ma soprattutto sacramentalmente manifestato nella Chiesa, il Popolo della Nuova Alleanza di cui oggi sarai custode e premuroso e attento costruttore. È una voce profetica dicevamo. Dio lo dice a Giuseppe, lo ha detto a Geremia, lo ha detto a tutti i profeti, lo dice anche a Maria, oggi lo dice anche a noi: «Non avere paura, non temere». “Non temere” è un’incisione, come quella che ha segnato la carne e le ossa di chi ci ha preceduto. Penso a Geremia, giovane profeta che sentiva la Parola come un fuoco roboante: «Mi arde il fuoco della Parola» (Ger 20,9). Penso a Samuele che nel sonno della notte era disturbato da quella voce che rompeva l’indifferenza (cf. 1Sam 3). Penso a Maria che, nonostante la sua capacità di stare con i piedi per terra, ad un certo punto, in quel «come è possibile», si è consegnata al mistero di Dio.
Dio ti scorge e ti ascolta qui ed ora, un tempo bombardato da tante informazioni, un tempo minacciato da rappresentazioni false, un tempo ormai chiuso in bolle finte, dove il linguaggio delle nostre relazioni è sempre più affidato alla bugia delle rappresentazioni. Un tempo in cui siamo chiamati a ricostruire, innanzitutto l’uomo, guardando a Gesù, ma soprattutto un tempo in cui siamo chiamati a ripristinare le relazioni umane, relazioni che ci rinviano a quello che è il senso della nostra vita: creati “per” e non creati “per svincolarci da”. E allora ci sono due segni di contraddizione che dovrai sicuramente contemplare: san Giovanni Crisostomo parlava di due altari, l’altare dove accade il mistero della consacrazione, presso cui accogliamo, nell’Eucaristia, il Corpo di Cristo. È un altare di pietra, un altare che consacra e soprattutto rinnova l’Alleanza. Ma poi c’è un altro altare che oggi ci viene affidato, ed è l’altare del povero. È là il pellegrinaggio da compiere: dall’altare di pietra all’altare del povero, dal servire il Pane splendente della liturgia al riconoscerlo nelle carni sofferenti dei fratelli. Se il tuo servizio non genera unità, se non combatte le fazioni dell’egoismo che dividono le nostre comunità, rimarrebbe un gesto vuoto.
L’accolito, come ci ricorda sant’Ignazio, è quasi un cemento di coesione. «Correte tutti insieme verso l’unico altare». Tu sei lì per ricordare a tutti noi che non siamo una pia associazione di volontari e neanche una setta polarizzata di un’ideologia, noi siamo un solo corpo e, se in quanto cristiani non siamo uniti intorno all’unica mensa e pretendiamo di avere idee diverse e rivendicare ragioni sull’unica mensa, dicendo «la mia è quella giusta, la tua invece è sbagliata», non stiamo vivendo il sacramento dell’unità, non stiamo facendo Eucarestia. Pensa, Paolo, alle sfide della nostra cultura, che sei chiamato a cementare proprio con l’olio e con il vino che il Samaritano versava sui tanti piagati, sui tanti spezzati, sui tanti divisi, sui tanti che oggi hanno bisogno di una credibilità che si manifesta nella Comunione.
E allora rivela ciò che sei, ciò che ricevi. Non temere. Possa tu essere Eucaristia vivente, così come dice sant’Agostino ai suoi fedeli: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete». Come Maria, possa tu essere custode, arca che porta la presenza di Cristo nel mondo; come i profeti, sii una voce che scuote le coscienze distratte dalla vanità e illuse da quella che è la rappresentazione edonistica di un sé mendicante vuoto, privo di ogni fecondità, sii come Giuseppe, che nel silenzio custodisce il Verbo di Dio, il tabernacolo, la sua sposa, custodisce anche la sua fragilità che, per ragione, vorrebbe farci deviare da ciò che evidentemente contempliamo. Sei chiamato per questo Paolo, per essere un servo umile nell’amore, perché solo l’amore edifica la Chiesa, non la ragione. Il mio padre spirituale mi ha sempre detto: «Prima della ragione abbandonati alla comunione. Anche quando hai ragione, viene prima la comunione, che tante volte diventa silenzio, comprensione, accoglienza, presenza a fianco all’altro, pazienza, ma soprattutto disponibilità a guardare insieme l’unico Signore».
Paolo, la nostra Chiesa locale gioisce per il tuo “sì”. E come vorremmo che il tuo “sì” illuminasse e contaminasse tanti altri tuoi coetanei, un po’ più giovani. Perché nella Chiesa, cari fratelli, c’è bisogno: c’è bisogno di diaconi, c’è bisogno di papà e mamme capaci di servire la vita e testimoniare l’amore, c’è bisogno di preti, c’è bisogno di laici battezzati che si mettono a servizio dell’edificazione dell’unica Chiesa, Corpo di Cristo. Che il tuo “sì” gioioso possa interpellare tutti a considerare la possibilità che il Signore chiama. E allora “non temere”, Dio non ti abbandonerà, sii sentinella, oseremo dire con il linguaggio giornalistico, “nel deserto delle notifiche”; crea unità tra i due altari, ma soprattutto, contro la sterilità di chi non sa rischiare, prova a testimoniare il rischio della fede in maniera audace, come san Pier Giorgio Frassati, a cui ti affido, perché pur non avendo ricevuto l’Accolitato, aveva ben sintetizzato la sua vita verso l’Alto, mantenendo la fedeltà all’Eucaristia quotidiana, celebrata e testimoniata, facendosi prossimo a quei poveri, cui porterai la Comunione, cui porterai, insieme alla Comunione, il tuo corpo, presenza discreta, attenta, generosa.
Allora, contro ogni rischio che può attentare ai nostri progetti, ti auguro di essere veramente l’araldo che, insieme a tutti i santi, i cristiani per il Battesimo, è chiamato ad edificare oggi il Corpo di Cristo che è la Comunità di fede.





