Omelia nel “Venerdì Bello”

Pennabilli, Santuario Madonna delle Grazie, 20 marzo 2026

“Sotto l’Ombra dello Spirito, l’Alba della Grazia”

Rivolgo un benvenuto alle Autorità, ai sacerdoti, ai diaconi e al popolo santo di Dio radunato in questo Santuario per celebrare la solennità della Madonna delle Grazie. Siamo immersi nel cammino austero della Quaresima, eppure oggi la liturgia, per i meriti di Maria, ci invita a una sosta di luce: questa è la prima grazia a cui siamo consegnati.

Il miracolo della lacrimazione, che ricordiamo in questo “Venerdì Bello”, vuole riguadagnare alla consolazione e alla fiducia le nostre sfiducie, i nostri rallentamenti, le nostre crisi e ogni espressione di scoraggiamento. Questa sosta non è una distrazione dal Calvario — perché è da lì che avviene la salvezza — ma è contemplazione della bellezza: quella di Gesù che ci salva. Insieme a Maria, vogliamo contemplare la creatura nel cui deserto, espressione di un’umanità desolata, il Signore ha fatto sì che sbocciasse un inno di grazia.

Il miracolo della lacrimazione non è solo il dolore della rassegnazione o della disperazione, ma il risveglio di una Madre che vuole scuotere noi, suoi figli. È il segno di una fede che deve tornare a fiorire; nasce dalla consapevolezza che siamo diventati aridi, vuoti, oscuri. Abbiamo bisogno di Te, Signore! E tutte le nostre comunità diocesane, che oggi si affidano a Te, o Vergine, invocano la grazia di un risveglio della fede.

Il Vangelo dell’Annunciazione ci consegna una parola misteriosa e bellissima: “Lo Spirito Santo ti adombrerà con la sua potenza”. È la nube, il tabernacolo che nel deserto custodiva il popolo smarrito; non per nasconderlo, ma per proteggerlo. Maria non può intercedere se non per il fatto di essere lei stessa custodita dallo Spirito: è la Piena di Grazia. Proprio perché totalmente trasparente all’azione dello Spirito, lei è feconda, è la Madre delle Grazie.

In un mondo che cerca ossessivamente la ribalta delle luci, quella narcisistica dei consensi e del riconoscimento, la Scrittura ci dice invece che la grazia opera nel segreto e nel nascondimento. Maria è il tabernacolo nel nostro deserto; ella non è adombrata da una nube che spaventa, ma da una nube luminosa che protegge il nostro cammino. Ed è la sua intercessione potente che, prima custodita e poi custode, ci permette oggi di dire che il primo frutto della grazia è l’invocazione dello Spirito Santo sulla nostra mente, sui nostri cuori e nella vita delle nostre comunità.

L’umanità odierna, che si trova sotto l’ombra della morte e invoca il bisogno della pace, vive una condizione di smarrimento e frammentazione. È lo smarrimento di chi cammina avvolto in un’altra ombra, quella dei conflitti, delle incomprensioni, della solitudine e dell’assenza di Dio.

Guardiamo oggi la nostra umanità. Camminiamo spesso sotto quest’ombra di morte: i conflitti che insanguinano la terra, la solitudine che gela i cuori degli abbandonati e dei ritirati sociali. Siamo un’umanità affamata di pace, ma non siamo capaci di generarla.

Maria ci viene incontro come riferimento sicuro. Ci insegna che per uscire dall’ombra della morte non servono strategie umane, ma la docilità all’Invisibile. Come lei, siamo chiamati a fermarci, a contemplare e a scrutare, mediante la Parola, l’inedito di Dio per ritrovare la bussola della nostra esistenza. In questa sosta di luce, o Madre delle Grazie, vogliamo liberarci dalla profonda crepa del passato a cui siamo rimasti ancorati. Abbiamo spesso fatto del nostro cuore un luogo di sepoltura per le incomprensioni; da questa crepa di un passato incatenato nel dolore, nella ribellione e nella colpa, vogliamo gridare il bisogno di liberazione: la libertà dei figli di Dio che ci svincola dal peccato e da tutto ciò che ci impedisce di credere nel Regno dei Cieli.

Qui a Pennabilli il ricordo del miracolo della lacrimazione rischia spesso di essere ridotto a un reperto da museo. Veniamo a visitare questa immagine come se fosse un pezzo d’arte antica, ma io vi garantisco che quelle lacrime sono un segno non confinato nel passato. Maria, sostando in questo Santuario, partecipa alle nostre fatiche. Chi viene qui non incontra un affresco segnato da una storia chiusa, ma incontra la Vergine Santa che ci chiede di risvegliarci e di sentire la sua protezione. Come vorrei che questo Santuario fosse sempre più meta di pellegrini e di cercatori di Dio!

Questa sosta rischia di diventare un’abitudine, una gestione burocratica o una tradizione stanca. Il dono della grazia, invece, ci chiede di accogliere quell’immagine con lo stupore di chi si sente amato senza merito. Accogliere e contemplare: ecco il compito della nostra Chiesa locale. Dobbiamo trasformare le nostre comunità in luoghi dove la grazia non è un concetto, ma un’esperienza vissuta di gratitudine all’amore di Dio.

Un pensiero particolare va a noi, sacerdoti e diaconi. Siamo chiamati a essere ministri della grazia; non siamo padroni del sacro, ma servi e custodi di quell’ombra che feconda. Siamo uomini che, come Maria, si lasciano custodire dallo Spirito per offrire al popolo non noi stessi, ma — come affermano i santi — la carezza di Dio. Recuperiamo questo rapporto di contemplazione con lo Spirito Santo, il quale non spegne i nostri sogni, ma ci chiama a favorire il risveglio della fede, uniti nel dono del nostro ministero.

Qualche giorno fa, mentre preparavo questa riflessione, mi tornava in mente il colloquio con una cara amica che mi chiedeva: «Mimmo, tu sei felice?». Rispondevo di sì. E lei ha incalzato: «Ma i tuoi sacerdoti, i tuoi diaconi, i tuoi religiosi… li aiuti a essere felici?». Ho dovuto rispondere: «Non lo so». Lei mi ha detto: «Mimmo, custodisciti e custodiscili nella relazione fraterna. La felicità è un dono di Dio che passa attraverso la relazione fraterna».

E allora quest’oggi dico a voi, sacerdoti e popolo tutto: possa tu piangere di fronte all’amore di Dio che ti ama senza merito, e possa tu piangere per scoprire dove manca la passione e la gratitudine. Ho capito che la causa dell’infelicità è spesso l’incapacità di esprimere gratitudine. Per recuperarla, ci affidiamo alla preghiera del Rosario, per contemplare l’amore inedito di Dio e ringraziarlo perché, nonostante tutto, ci ama.

Ai giovani vorrei dire di non temere l’ombra dello Spirito: essa non spegne, ma orienta verso un “sì”, proprio come quello di Maria che ha trasformato la sua vita ordinaria aprendosi al disegno di Dio. Fratelli cari, la nostra preghiera oggi deve farsi supplica per le vocazioni. Non chiediamo altri preti per fare numero o per far funzionare le strutture — non ci servono — ma chiediamo giovani con un cuore capace di dire “sì”. Chiediamo che alla nostra Chiesa di San Marino-Montefeltro non manchino mai giovani capaci di lasciarsi adombrare dallo Spirito per maturare la chiamata al Sacerdozio, al Diaconato, alla vita consacrata e al matrimonio.

Ogni venerdì mattina, in questo Santuario, si prega per le vocazioni per perpetuare il ricordo del “Venerdì Bello”. Io stesso ho scelto di celebrare qui ogni venerdì per invocare questa grazia. Questa sosta quaresimale ci porta a guardare avanti. La luce che oggi brilla sul volto della Madonna delle Grazie è l’anticipo della Veglia Pasquale, quando canteremo: “Felix culpa”, felice colpa che ci ha meritato un così grande Redentore.

Maria ci accompagna a capire questo paradosso: persino le nostre ferite e i nostri fallimenti, se toccati dalla grazia — come diceva don Tonino Bello — possono diventare feritoie di luce. O Maria, Madre della Grazia, resta con noi. Custodiscici sotto la tua ombra, perché possiamo giungere alla Pasqua con il cuore purificato e con lacrime piene di gratitudine. Soltanto alzando lo sguardo verso l’Eterno incroceremo il volto di Gesù sulla croce che dice: «Padre, perdona loro…». Le nostre esistenze hanno significato solo se sapranno rinnovarsi dall’invocazione di perdono di Gesù.

 

 

Via al prato, 47864 Pennabilli Poggio Gattone, Emilia-Romagna Italia