Is 9,1-6
Sal 95
Tt 2,11-14
Lc 2,1-14
(da registrazione)
«O Dio che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo…». Con queste parole, pronunciate all’inizio della celebrazione, abbiamo riconosciuto il Signore Gesù come nostra Luce e lo abbiamo invocato per illuminare le nostre notti. È questo il mistero del Natale.
La luce del Signore irrompe nella storia di questa umanità, ottenebrata tante volte dall’angoscia e dallo smarrimento: tante notti vive la nostra umanità, soprattutto in questa notte, una notte che fa da scenario soprattutto a ciò che noi non comprendiamo e ha bisogno di pace, di giustizia, di consolazione, di fraternità, di libertà, di speranza.
Al Signore, a cui chiediamo di illuminare questa notte, affidiamo la grande notte dell’uomo, dell’uomo contemporaneo, delle donne e degli uomini che in questo momento cercano di ritrovare la propria umanità, che si è dispersa, si è smarrita nei pensieri dei cuori che, chiusi agli altri e all’Altro, si ripiegano su di sé e vivono la lontananza da Dio, causata dal peccato, e dal peccato originale, che hanno affievolito lo splendore del riflesso e della luce di vita, incupendoci. Ed è allora che le nostre traiettorie si sono ripiegate e arenate nella noncuranza, nella sordità; traiettorie che hanno ridotto i nostri sguardi agli spazi ristretti dell’indifferenza e dell’egoismo. Per questo la freddezza continua ad oscurare i nostri volti raggianti e veniamo così strappati allo splendore della bellezza dell’amore, della relazione, dell’incontro. Abbiamo smesso di incontrare, ci siamo chiusi in un ego esagerato che ci costringe alla prigionia delle bolle dell’individualismo che ci isolano e ci alienano dagli altri.
In questa notte che, come tutte le notti della nostra umanità, è una notte buia e disperata, vogliamo ascoltare e presentare a Dio l’urlo delle notti senza luce, l’urlo di quelle persone che, elevando il proprio sguardo al Cielo, invocano dal Cielo un riabbraccio, un perdono, una riconciliazione, un riavvicinamento, un “fermate la guerra”, un “dateci speranza”.
Le nostre notti, quelle delle guerre, quelle delle violenze, quelle dei diseredati e dei poveri, ma anche le nostre notti interiori, sono diventate luoghi anonimi di desolazione e di solitudine. Quanta solitudine abita il cuore! Ci sono solitudini che vanno anche oltre il cuore, solitudini di uomini e donne che in politica, nella società, nell’educazione, nel lavoro, hanno compiuto tentativi vorticosi di salvaguardare ciò che è ancora possibile salvare. E tante volte diventano veramente inseguimenti e ci resta semplicemente un’azione: prendersi ancora cura del bene comune, un bene comune che va illuminato, ma soprattutto accolto nella luce del Vangelo.
E poi c’è la notte più tragica, quella che non è passata nell’indifferenza dei nostri sguardi, la notte dei giovani, i nostri giovani, a cui abbiamo insegnato, ma a cui abbiamo espropriato il futuro dalla capacità di sognare, di costruire un futuro che li coinvolga. Perché? Perché li abbiamo consegnati allo stress delle performance, ad essere mendicanti di affetto e di riconoscimento, li abbiamo imprigionati nelle bugie. I nostri giovani hanno bisogno di sbagliare per potersi rialzare, per poter camminare verso una visione di futuro. Le notti dei nostri giovani ci riappropriano alle notti dei credenti e anche di noi cristiani che facciamo fatica ad incontrare Dio, perché tante volte ci siamo ristretti ad una religiosità disabitata dall’incontro con Cristo e con la sua Parola di vita. Queste notti, questa notte santa, hanno bisogno di Parole di vita, parole che irrompano nel buio e nel disorientamento delle angosce umane per far spazio alla luce. Abbiamo bisogno di uscire dalla rassegnazione, di estendere il nostro cuore verso la gioia, verso la pace.
La Prima Lettura ci insegna come poter fare tutto questo. Il profeta ci dice che il popolo camminava nelle tenebre e che, ad un certo punto, ha visto una grande luce. Ecco, loro scrutavano, vegliavano, intravedevano. Abbiamo bisogno anche noi di saper scrutare, in queste notti, quel bagliore che può avanzare, quel bagliore che è affidato a parole potenti, a parole che non fanno rumore, non urlano, perché sono parole di pienezza, parole coraggiose, parole capaci di lungimiranza, parole che, se per natura sono fragili e semplici, hanno il potere di Dio di custodire l’umano, di costruire il futuro, di darci speranza. Ecco allora il nostro Natale, quello che riparte dalla fragilità di un evento come la nascita nella grotta di Betlemme, un evento fuori dall’audience, un evento semplice, povero ma altresì umano, un evento che ci permette di ripartire.
E allora che cosa ci consegna il Natale in questa notte? In questa notte, nelle nostre notti, mentre cerchiamo lo splendore di una luce, impariamo a vigilare sulla storia per custodirci gli uni gli altri. Non lasciamo tradire nella nostra umanità, ferita e oltraggiata da chi la sfrutta per conseguire altri interessi. Il futuro non deve essere riservato solo ai sopravvissuti dal naufragio notturno, ma a tutte le donne e gli uomini che imparano a custodirsi nella loro dignità. Bisogna recuperare il gusto dell’amicizia e della solidarietà. Il buio ci rende estranei, ci confina nell’individualismo, mentre la luce della Natività ci riconsegna agli altri, ci riconsegna all’Altro, Gesù, che di fronte a noi apre le sue braccia, si manifesta come un bambino che ci commuove, ed è questa commozione che ci fa sperimentare la bellezza del terribilmente umano. Allora l’appello di questa notte che non vuole essere per noi cristiani oscura, ma un segno di speranza, è il bisogno e il coraggio di ripartire dai giovani. Diamo spazio ai giovani, proprio come affermava Paolo VI quando, all’indomani del Concilio Vaticano II, guardando ai giovani dice: «La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone». Queste persone siete voi, cari giovani. La Chiesa è la vera giovinezza del mondo; essa possiede ciò che la forza e la bellezza dei giovani può dare: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e ripartire per nuove conquiste. È questo il Natale che vogliamo affidare, attraverso il nostro impegno, al futuro dei giovani con le parole di un poeta, Clemente Rebora (1885–1957), che ebbe a dire: «[…] Verrà, se resiste, a sbocciare non visto, verrà all’improvviso, quando meno l’avverto, verrà quasi perdono di quanto fa morire, verrà a farmi certo del suo e mio tesoro… Verrà, forse è già venuto il suo bisbiglio, mentre la violenza, la notte dell’uomo, stringe e opprime. La gioia e la speranza cristiana di Cristo allarga i nostri sguardi, esercita ciascuno di noi a vivere in maniera ampia, capace di respirare, vera gioia, vera vita, vera eternità».
Buon Natale, perché impariamo semplicemente a recuperare quell’uomo e quell’umanità che abbiamo smarrito nel buio delle nostre angosce.





