Sap 3,1-9
Sal 41
Ap 21,1-5.6-7
Mt 5,1-12
(da registrazione)
Quest’oggi, mentre celebriamo la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, vogliamo fare esperienza della nostra fede di credenti che, di fronte alla morte, interrogano il senso della vita e, interrogando il senso o fine della vita, si rinnovano nella beata speranza delle promesse che Gesù ci ha fatto: «Chi crede in me non morirà» (cf. Gv 11,25).
2000 anni fa, all’indomani della sepoltura di nostro Signore Gesù Cristo, una donna di nome Maria Maddalena era là, presso la tomba. Anche noi, in questa giornata particolare, entriamo e forse viviamo i suoi stessi sentimenti, le sue stesse espressioni. Giungiamo alle tombe dei nostri cari nel tentativo non solo di farne memoria, ma di sentirli ancora vivi, vicini a noi. È qua che si combatte il grande duello tra fede e ragione. La ragione, inquinata dal razionalismo, dall’evidente e dall’immanente, ci dice: «Non c’è più niente: tutto finisce con la morte». E noi ci rassegniamo a quel gesto di vicinanza con cui devotamente ossequiamo i nostri cari, ma quasi non vogliamo rassegnarci: la ragione ci pone di fronte a lapidi, lapidi giovani, di persone che sono morte negli ultimi anni, e lapidi un po’ cancellate, che sfumano nella memoria con il passare del tempo. Ma c’è un di più: noi credenti ci approcciamo a questo evento in maniera differente, perché per noi i nostri cari non sono morti. Vorremmo risentire anche noi le parole dell’Angelo che a Maria Maddalena dice: «Che cosa stai cercando? Perché sei qua? Chi cerchi? Colui che è morto non è qui, è risorto. Non è morto, è il Vivente!» (cf. Gv 20,15; Mt 28,6). E Gesù è veramente risorto. Lo celebreremo nel giorno di Pasqua, quando diremo: «È veramente risorto, alleluia, alleluia!». La ragione, illuminata dalla fede nella risurrezione, che cosa deve fare? Come concilia l’evidente con le motivazioni della fede? Semplicemente cambiando prospettiva: non più dal basso verso l’alto, ma capovolgendo la prospettiva, fidandoci di quel Dio che ci ha detto: «Chi crede in me non morirà». Ed è così che la nostra speranza è alimentata non da sentimenti di rassegnazione, ma dalla fede che esige un atto di adesione che ci rimanda oltre.
Nella Prima Lettura della liturgia di oggi abbiamo accolto un versetto molto esigente, che interroga la nostra vita: «Anche se agli occhi degli uomini subiscono dei castighi, la loro speranza resta piena di immortalità». Il castigo che la morte infligge a ciascuno di noi è il dolore del distacco, la follia delle nostre domande: «Perché, Signore, hai tolto al mio affetto mio figlio, mia figlia, mia moglie, mio marito, i miei genitori, i miei amici, perché? Tu che sei il Dio della vita ci castighi con il dolore di una morte che ci schiaccia di fronte alla nostra impotenza. Come possiamo sopravvivere a questa realtà? Come possiamo comprendere che ciò che per noi è l’unica verità, l’unica certezza, la morte, che ci pone di fronte alla nostra fragilità, con la fede è una bugia? C’è un grande combattimento per noi che, uscendo dal cimitero, siamo chiamati a riprendere il nostro cammino, con quale destino, con quale destinazione, con quale sentimento, se siamo dei condannati a morte? Tutto sommato ogni giorno, ogni attimo, imprevedibilmente ci dispone a questo passaggio di cui non sappiamo né il giorno né l’ora, eppure è là che ci attende. Noi vogliamo che l’appuntamento con la morte non ci lasci sorpresi, ma con questo atteggiamento: noi siamo immortali e vogliamo alimentare la nostra speranza proprio con l’immortalità che attinge a due fonti: a ciò che Gesù ha detto, «chi crede in me non morirà» e a ciò che la carità, come espressione della speranza, ci porta di giorno in giorno a costruire nella speranza dell’immortalità. Ed è là che tutto diventa relativo, che tutto diventa provvisorio, è là che giochiamo la scommessa non di gente rassegnata, ma di credenti che nel dolore accolgono la luce della vita. Non possiamo cedere alla visione di morte. Il duello fra morte e vita è stato già vinto da Cristo Gesù e in Lui lo vinceremo anche noi. Lo vinceremo non con le parole, non con i ragionamenti logici, non con qualcosa che ci possa convincere. No, lo vinceremo con uno sguardo che oltrepassa qualsiasi orizzonte di rassegnazione.
Oggi siamo qua innanzitutto come cristiani che hanno ricevuto, il giorno del Battesimo, il dono della fede che custodisce già la nostra natura immortale, e vogliamo rinnovarci nella comunione con i nostri cari che vivono già la beatitudine della visione di Dio, chiedendo a loro di pregare per noi, chiedendo a loro di ottenerci il dono di una fede bella, pura, di una fede che, nella sua intelligenza, sappia leggere la nostra vita non nell’oscurità della morte ma alla luce dell’immortalità, altrimenti tutto è assurdo ed è assurda anche la nostra vita, che dovremmo accettare come proveniente dal nulla e destinata al nulla. Non è così! Qui, in questo luogo, sacrario che custodisce la memoria, ma anche sacrario dove la nostra fede ci rinnova nell’attesa della risurrezione finale, ci sono i nostri cari, le persone a cui abbiamo voluto bene e che ci hanno voluto bene, i cui insegnamenti più che di potere sono stati di umiltà e di servizio alla vita; persone che conosciamo, persone che non conosciamo, con le loro storie, con le loro tragedie, con i loro progetti… Qui è custodito tutto il patrimonio umano, anche di coloro che non hanno mai potuto avere la benedizione di vivere perché soppressi ancora prima di nascere. Qui c’è tutto ciò che ci ha preceduto, ma qui si gioca anche il nostro futuro, se solamente ci lasciamo spogliare da quelle sicurezze con cui spesso, pur di non accettare la realtà della morte, la esorcizziamo nel tentativo di non pensarci. La morte è maestra di vita, perché restituisce a noi la dignità di persone destinate all’immortalità, espropriandoci a quel funzionalismo che ci fa dire con la cultura, oltre il cimitero, che l’uomo vale solo se funziona per qualche guadagno di finanza, per qualche servizio. E noi non vogliamo vivere nell’ottica del funzionalismo, ma nel rispetto della sacralità della vita di ciascuno. Qui, in questo luogo, celebriamo la nostra vita, sacra a Dio perché destinata all’immortalità.
Allora, quando il dolore della morte, di cui facciamo esperienza, ci dilania, ci distrugge, ci corrode dentro, non pretendiamo di avere delle risposte, ma accogliamo vicinanze silenziose che ci fanno dire: «Se anche stai subendo il castigo del dolore, la tua speranza resta piena di immortalità solamente se credi e aderisci a Cristo». Trionfi, dunque, il Signore della vita e conceda ai nostri cari il riposo eterno nella prospettiva di chi ha anelato al Dio vivente e non al Dio che fallisce quando la morte non ci permette di aprire il cuore alle cose eterne.





