Ap 7,2-4.9-14
Sal 23
1Gv 3,1-3
Mt 5,1-12
(da registrazione)
La Solennità di oggi, giorno in cui celebriamo Tutti i Santi, è la Solennità della Chiesa celeste, la Gerusalemme verso cui tendiamo, che ci ricorda a quale speranza siamo chiamati e ci mette in cammino nel solco di luce di quanti ci hanno preceduto nel segno della fede e ci stimolano, ci provocano – e forse vorrebbero anche risvegliarci un po’ – rispetto al dono della fede che abbiamo ricevuto, chiedendoci come stiamo corrispondendo ad esso nella nostra vita quotidiana. Di certo il mondo non ci aiuta in questo, con la sua cultura che sta privando degli elementi fondamentali della Rivelazione di Dio: la bellezza, l’amore, il rispetto, la dignità dell’essere umano, la sacralità della vita, la bellezza del creato. Un mondo abbruttito e ferito non soltanto dagli operatori di iniquità, promotori di guerre e di odi, di bugie e di menzogne, che tradiscono la nostra natura di figli di Dio ed eredi, in Cristo Gesù, della vita eterna. E in questa bruttezza, affollata anche da filoni culturali che ci stanno espropriando di percorsi educativi che coltivino il bello per poter comprendere il Vangelo della gioia e l’amore di Dio, ecco che inseguiamo, anche noi cristiani, culture e logiche che ci “abbassano”: l’elogio dell’orrido e dello squallore, l’elogio di una cultura sempre più buia, chiusa nell’immanente, che presume di poterci dire a quale fine è destinato il nostro vivere. Quale fine possiamo coltivare nel cuore delle giovani generazioni se proponiamo lo squallido e l’orrore ed evadiamo il culto del vero, del bello, del buono? I santi sono stati uomini e donne coraggiosi, che chiedono a me cristiano: «Che cosa stai facendo della tua vita di fede? Sei un elemento di contraddizione? Sei una pietra d’inciampo?». Laddove siamo presenti, chiunque, guardandoci, viene provocato non dalla perfezione della vita, ma dalla custodia gelosa del dono della fede che dobbiamo coltivare, testimoniare, pregare, cercare nella bellezza di Dio che ci dice, attraverso Gesù Cristo e mediante la testimonianza dei santi, «tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto, ho dato la mia vita per te, perché tu non ti perda» (cf. Lc 3,22), mentre ti sei smarrito nei rivoli infognati e distorti di un cammino che non sa più contemplare, non sa più elevarsi, non sa più reagire e si accontenta di vivere. Allora quello che Giovanni, l’apostolo, ci dice diventa per noi monito per dire: «Non arrendiamoci, coraggio, c’è una possibilità di riscatto che, noi per primi, non dobbiamo chiedere agli altri», mentre oggi assistiamo a tante polemiche in cui si discute e si dà sempre la colpa a qualcuno. Noi non vogliamo incolpare nessuno, vogliamo metterci in gioco, ognuno nel poco, per essere “lievito” (cf. Mt 13,33). E Giovanni: «Noi fin d’ora siamo figli di Dio, […] sappiamo però che noi saremo simili a lui, lo vedremo così come egli è, […] per questo la speranza di essere come lui ci permette di purificarci». Ecco che il cristiano di oggi, come i santi, comprendendo che si è smarrito nei pensieri vuoti, inutili, brutti di un vivere quotidiano che produce soltanto noia, disperazione ed elogio dell’orribile, è chiamato a purificare i propri pensieri. I santi ci aiutano!
San Francesco d’Assisi: l’incontro che diventa una missione; rispetto alle macerie della piccola chiesa, si mette in ascolto del Crocifisso, che non è l’orrido, ma l’esaltazione della bellezza dell’amore che è dare tutto di sé e non chiedere agli altri. «Va’ e ripara la mia casa». Sentiamo nostro questo «va’ e ripara la mia casa, la mia vita, il mio corpo, tempio dello Spirito Santo».
San Pier Giorgio Frassati, che si era reso conto che nella bruttezza dello squallore di una vita che metteva in contraddizione ricchi e poveri, diseredati, dice: «Vivere senza una fede non è vivere, ma far finta di vivere». E noi a quale fede ci stiamo aggrappando?
San Domenico di Guzmán, che fece della sua vita la passione e la predicazione di Dio: «Quando parlo agli altri voglio parlare di Dio, quando sono solo voglio parlare con Dio», esprimendo in questa sintesi il cammino personale e il ruolo della società: davanti a Dio per incontrarlo, davanti agli uomini per testimoniarlo.
Santa Teresa d’Avila: mistica e grande fondatrice nella Chiesa, la cui riforma parte da un principio fondamentale: «Solo Dio mi basta. Niente mi turbi, niente mi tormenti». E a noi basta solo Dio? O abbiamo bisogno di rompere bambole o appendere teste mozzate lungo i viali perché non c’è più niente nel nostro cuore? Perché rifugiarci in questo squallore? Solo Dio mi basta! E se abbiamo bisogno di quella bruttezza è perché siamo vuoti, perché abbiamo sloggiato Dio dal nostro cuore…
Madre Teresa di Calcutta: «Tutti diranno che quello che fai è per il tuo interesse, non importa, tu fallo lo stesso, non devi dar conto agli altri». L’intenzione che muove il tuo agire, la contentezza del tuo esprimerti verso il prossimo, vanno rivolte a Gesù: «Tutto quello che hai fatto ad ognuno di questi tuoi fratelli più piccoli, l’hai fatto a me» (Mt 25,40). E noi come agiamo? Per il consenso e l’applauso degli altri o perché ci interessa servire Cristo nei fratelli?
San Giovanni Bosco, che fece dell’elogio dell’allegria il metodo educativo per tenere lontani i ragazzi dal peccato: «State sempre allegri – diceva loro – perché l’allegria, il culto della gioia, vi permetterà di risorgere dalla tristezza della mondanità interiore e del peccato.
E potremmo continuare a lungo con l’elenco dei santi, che hanno fatto della loro vita una beatitudine…
Direbbe san Giovanni Paolo II: «Coraggio, non abbiate paura, spalancate le vostre porte a Cristo!», che ci ha abilitati all’eredità della beatitudine e vuole da noi il culto della bellezza di Dio, la bellezza di una vita spesa totalmente per Lui. Mio Signore, mio Tutto!





