Pubblichiamo la testimonianza di padre Corrado Masini, originario di Sant’Agata Feltria, alla Veglia missionaria diocesana del 18 ottobre 2025 a Macerata Feltria.
Grazie per essere qui. Siamo qui ed è bello essere assieme, per ringraziare il Signore per il dono della missione. E con me vi ringraziano tutti i missionari e tutte le Chiese che fanno memoria di essere missione. Preghiamo assieme perché Missione è innanzitutto radicare la vita in Cristo per vivere la speranza.
Sono padre Corrado Masini, nato a Sant’Agata Feltria, appena sopra il convento delle Clarisse e dei Frati Cappuccini. Cresciuto a Rimini. Guidato da don Dorino Celli entrai nel Seminario dei Comboniani. In Seminario nacque in me l’entusiasmo missionario.
La Veglia di questa sera ci rende capaci di alzare il nostro sguardo sul mondo intero, capaci di allargare il nostro cuore per sentirci fratelli e condividere le gioie e le speranze, le tristezze dei poveri e di tutti coloro che soffrono. Alzare gli occhi e aprire il cuore per vedere le guerre, la sofferenza causata dalle violenze, la fame nel mondo. Il mondo sta vivendo una crisi di umanità, di valori. Preghiamo anche per il Sudan, dove c’è la guerra civile di cui nessuno parla; in due anni 150.000 morti, 12 milioni di sfollati e più di 2 milioni persone sono fuggite nei paesi vicini: una delle peggiori crisi umanitarie di questo secolo. È una guerra tra poveri, per cui nessuno ne parla. Il mondo sta vivendo una crisi di umanità, di valori.
Il Papa ci invita ad essere “gente di primavera”, che sa guardare oltre le minacce del presente e i nostri cuori chiusi. Sogniamo un mondo di fratelli. Sogniamo la pace. Sappiamo che un altro mondo è possibile. Un mondo dove possiamo guardarci negli occhi, con amore, e dire “fratello”, “sorella”. Missionari di speranza tra le genti.
E cosa vuol dire? Che Gesù è la nostra speranza. Le radici della speranza non sono in noi. Speriamo non perché tutte le cose vanno bene, ma perché Dio ci vuole bene e ci vuole felici e ci offre la possibilità reale di raggiungere la pienezza di vita.
Pellegrini di speranza, che vanno a donare speranza, cioè Gesù, nostra speranza. E di conseguenza il Signore ha riposto in te la sua speranza.
Era il 1964, ero al Liceo classico, anno della maturità, e quindi della scelta di vita, della decisione: continuare a diventare missionario comboniano o no? Il papa Paolo Sesto ci fece dono del documento Ecclesiam Suam, un bel documento sulla Chiesa. Assieme ai miei compagni di Seminario ci incoraggiavamo a vicenda dicendo: «Per una Chiesa così siamo pronti a dare la vita». ESSERE MISSIONARIO. Il missionario è una persona che è cosciente di essere mandato da Gesù ad annunciare l’amore di Cristo con il Vangelo, annunciare la pace del Padre. Il missionario vuol vivere donando la pace, non “stare in pace”. La missione non è qualche cosa che si fa, ma ciò che sei. La missione è dono e responsabilità dataci dallo Spirito nel Battesimo.
Fui ordinato sacerdote nel 1970. La gioia e l’entusiasmo missionario sono cresciuti in me stando con gli altri, con la comunità, con la Chiesa e lavorando per la missione come promotore di vocazioni e animazione missionaria. Ho collaborato con don Marino Gatti e con suo fratello don Erminio. Visitai alcune parrocchie sistematicamente, come Macerata Feltria (con gioia soggiornavo con don Donato Bianchi e l’anziana mamma), Mercatale, Piandimeleto, Lunano, Belforte all’Isauro, Domagnano, Borgo Maggiore, San Marino… Prima si è missionari, poi si fa missione. Lavoravo con gioia ed entusiasmo, aspettando che i Superiori Comboniani mi lasciassero partire.
In missione non si va, ma si è mandati. La parola di Gesù «Andate …..» risuonava sempre nel mio cuore. Sono partito per l’Etiopia con la gioia di andare ad annunciare e camminare per vivere con la speranza dei poveri.
Fui mandato in Etiopia. 9 gennaio 1976. Sono a Shafinna, tra i Sidamo. Il Signore ha voluto che prendessi il posto di fr. Paolo Magnani, di Secchiano, anche lui della nostra Diocesi, morto solo 2 anni prima del mio arrivo. Un missionario e 4 suore (2 italiane e 2 eritree) che seppero accogliermi e accompagnarmi per inserirmi nell’ambiente. La vasta missione di Shafinna aveva solo 5 comunità per un totale di 300 cristiani, ma una clinica, gestita da 4 suore, ed una scuola centrale con 4 succursali, 1200 studenti. Il maestro di 1° e quello di 6° non aveva finito la 9° classe. I miei primi anni a Shafinna tra i Sidamo: la vita di piccole comunità che si sentivano amate dal Signore e vivevano con entusiasmo la gioia di essere cristiani. In mezzo a tante difficoltà (persecuzione) diventavano annuncio di salvezza.
La popolazione mi accolse con grande benevolenza, apertura e pazienza. Cominciai subito a lavorare. Il primo lavoro fu il più importante: non fu insegnare, predicare, ma aprire gli occhi, ascoltare, accogliere, stare con, imparare a conoscere per poter amare, aprire il cuore. Da subito ho cominciato a lavorare nella scuola. Stavo poi con gli anziani per imparare e con i giovani per fare famiglia. QUESTA ERA LA MIA PREDICA. In una parola, accoglienza: stare con loro per amarli e per lasciarmi amare.
La lingua. Dopo un anno, cominciai a balbettare, cominciarono a fare domande a cui io rispondevo. Cominciai a raccontare il Vangelo ai giovani e ad avere iniziative di evangelizzazione.
I primi a muoversi furono i giovani della Cappella di Bera. Invitarono ad un incontro i giovani della missione centrale di Shafinna. Decisero di venire con me accompagnandomi nei miei viaggi missionari per fondare il movimento dei giovani. La maggior parte erano appena battezzati, altri ancora catecumeni. È proprio vero che “la fede si rafforza donandola”.
Un altro esempio. Un giorno, un gruppo di 40 persone viene a chiedermi di andare da loro, praticamente volevano iniziare la catechesi. Dissi loro «non vi conosco. Che cosa vi ha spinti a venire da me?». La risposta fu «è vero che non ci conosci, ma noi conosciamo il gruppo di persone ove tu ti rechi costantemente. Abbiamo visto che la loro vita è diversa, si vogliono bene, seguono i bambini… Anche noi vogliano diventare come loro. Per favore, vieni anche da noi!». La forza della Parola!
Il missionario sa che il Vangelo, la Parola, può destare la fede, e noi sappiamo che l’evangelizzazione non è un libro, o uno strumento di comunicazione, ma vita vissuta. Il Vangelo non si impone, si testimonia. È la nostra vita che deve essere un racconto, una narrazione del Vangelo. GESU’ NON LO CONOSCI perché ti è raccontato, ma quando vivi il Vangelo, quando scopri il Vangelo amando gli altri, accogliendo, perdonando…
IL VANGELO CREA MERAVIGLIA E DONA VITA. Gesù lo conosci non quando sai, ma quando ami, e in particolare quando ami i poveri, quando vivi per loro. Ecco, allora, ti sentono amico, fratello, QUANDO VEDI I POVERI CON GLI OCCHI DI GESU’. Se vedi l’altro con gli occhi e il cuore di Gesù, lo vedi come fratello, e loro si sentono famiglia. Ecco, allora, che nasce la CHIESA.
Mi sono chiesto diverse volte «come faccio a vedere che la comunità sta crescendo nella fede?». Quando cresce nell’amore, quando si prende cura degli altri, dei più piccoli e poveri. Ricordo, un Venerdì Santo, ero andato in una comunità in montagna, per la celebrazione del bacio della croce. La Cappella era fatta di pali intonacati con fango ed erba secca. Durante la lettura della Passione, sentendo i canti, un povero entra e comincia a gridare chiedendo aiuto. Il catechista della comunità si alza, va da lui, e con dolcezza gli dice di attendere. Prima del bacio della croce, l’anziano spiega alla comunità che c’è un povero da aiutare. I cristiani cominciano la fila per baciare la croce. Fui sorpreso dal vedere che ogni cristiano, dopo aver baciato il Crocifisso, passava dal povero per dare la sua elemosina. Un bacio al Crocifisso e una mano tesa al povero è il cristiano. Gesù passava, incontrava il povero, il lebbroso, il peccatore, il cieco… ama, ha misericordia e guarisce. Dove c’è Gesù, c’è il povero. E allora conosciamo che, dove è il missionario, sappiamo che ci sono i poveri, e dove ci sono i poveri c’è Gesù che ha detto «avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete, ero nudo, ero prigioniero…». Un bacio al Crocifisso ed una mano tesa al fratello.
Andai tra i Sidamo il 9 gennaio 1976, c’erano circa 1.000 cristiani, oggi la Chiesa (vicariato apostolico) ne conta circa 200.000, con sacerdoti e clero locale, e laici impegnati nella missione e nello sviluppo sociale.
La Chiesa di Hawassa tra i Sidamo oggi è una Chiesa che cammina con le sue gambe: zoppica, ma cammina. Ha dato i suoi missionari, si prende cura dei suoi poveri, ha camminato molto. Il 9 febbraio scorso (2025) ha avuto un vescovo locale per la prima volta: Monsignor Gobezayehu. La missione continua, la missione è sempre giovane.





