19 Agosto 2026

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Leone XIV visto da vicino

Il primo anno di pontificato di Papa Leone attraverso lo sguardo di un osservatore privilegiato, intervista a Lorenzo Fazzini

Lorenzo Fazzini, giornalista, scrittore e traduttore, è dal 2021 responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana. Nel suo lavoro ha seguito da vicino la produzione editoriale legata al magistero dei Pontefici e, in particolare, ha curato “La forza del Vangelo”, la prima antologia tematica dedicata all’insegnamento di Papa Leone XIV.

A lui, alla vigilia della visita del Santo Padre a San Marino, abbiamo chiesto di rileggere il primo anno di pontificato di Leone XIV: le parole, le scelte, le sfide, ma anche i tratti meno visibili di un Papa che Fazzini ha avuto modo di osservare da vicino.

A un anno dall’elezione, chi è davvero Leone XIV? C’è qualcosa di lui che l’ha sorpresa rispetto alle prime impressioni?

La sorpresa, credo condivisa da molti, è stata la fermezza con cui difende la pace, i popoli, il rispetto del diritto internazionale. Ha una calma, una postura quasi da uomo di altri tempi, se posso usare questa espressione, che gli permette di affrontare le grandi questioni internazionali senza mai porsi come nemico di nessuno, dicendo comunque la verità delle cose. È stata, per me, la sorpresa più rilevante di questo primo anno.

Qual è il filo conduttore di questo primo anno di pontificato? C’è una parola che, più di altre, lo racconta?

Se devo scegliere, direi che le parole che ritornano più spesso nel vocabolario di Papa Prevost sono pace e unità. La pace è quella annunciata fin dal primo giorno, dal balcone dell’Orologio su piazza San Pietro: una pace disarmata, disarmante, che non può arrivare con la guerra, ma solo disarmando la propria violenza, il proprio odio, il proprio rancore. È quella che, in un messaggio a un convegno a Lampedusa, ha chiamato la cultura della riconciliazione. Poi c’è l’unità, che è forse uno dei grandi lasciti di Sant’Agostino: essere persone diverse, nella Chiesa come nella società, ma saper tendere a un’unità, a una convivenza pacifica che non cancella le differenze, bensì le ricompone in qualcosa di più grande.

Quanto pesano nella sua azione di Papa le esperienze maturate come missionario in Perù, agostiniano e uomo di Curia?

Delle tre dimensioni, missionaria, agostiniana e di uomo di Curia, mi soffermo soprattutto su quella missionaria. Come abbiamo raccontato nel capitolo dedicato alla missione nel libro “La Forza del Vangelo”, Papa Leone ha detto, già nelle prime settimane di pontificato, che non sarà mai grato abbastanza al Signore per l’esperienza missionaria vissuta in Perù. Avevamo avuto, con Papa Francesco, un Pontefice proveniente da una terra di missione, ma che non aveva potuto vivere la missione come l’avrebbe voluta un gesuita, cioè andare in un altro paese, in un’altra cultura, in un altro popolo, per viverci il Vangelo. Papa Prevost, invece, lo ha fatto per vent’anni: praticamente un terzo della sua vita. Un’esperienza che, da un lato, lo ha sradicato dalla propria cultura e, dall’altro, lo ha immerso in un altro popolo, in un’altra mentalità, in un’altra lingua. Credo che questo gli abbia dato la capacità di guardare le cose in prospettiva, senza assolutizzare il proprio punto di vista, tenendo conto anche di quelli altrui, con la consapevolezza cristiana che il primo missionario è Dio e che la Chiesa collabora a questa missione. È una visione che dà una grande libertà al missionario e, oggi, la stessa libertà la ritrovo in Papa Leone come Pontefice.

Di fronte alle guerre, alle divisioni e alle grandi inquietudini del nostro tempo, quale risposta sta cercando di offrire Leone XIV?

La risposta di Leone è politica nel senso più alto del termine. Si muove nel solco della denuncia, già di Papa Francesco, di una terza guerra mondiale a pezzi, ma vi innesta con forza il tema del disarmo, disarmato e disarmante: la pace non si cerca con la guerra, si cerca nel dialogo, nella ricomposizione dei punti di vista. Si cerca, come hanno ricordato vari testimoni autorevoli, facendo la pace con il nemico, perché è con il nemico, non con l’amico, che è necessario trovare un punto di incontro. E questo può avvenire grazie al lavoro, paziente e difficile, della diplomazia: un lavoro lungo, che richiede tempo, ma che alla fine dà frutti più ampi di bombardamenti, guerre, conflitti, armi, caccia e navi militari.

Guardando ai prossimi anni, quale pensa sarà la sfida più importante del suo pontificato? E che cosa dovremo imparare a guardare per comprenderne davvero la direzione?

Guardando al futuro, non lo so con certezza, ma immagino un pontificato segnato dalla giovane età di Leone e, come già si intuisce, da molti viaggi apostolici. Anche Papa Francesco ne ha fatti moltissimi, una quarantina, alcuni epocali, pur con un’età molto avanzata: penso al viaggio di settembre in Estremo Oriente e in Oceania, poco prima della sua morte. Quanto a Papa Prevost, già i primi viaggi, come ad esempio in Spagna, danno l’idea di un pontificato che vuole incontrare la Chiesa e il mondo, la Chiesa e la società, parlando a tutti secondo il proprio linguaggio: alla Chiesa di unità, alla società di pace. Lo farà sicuramente in Francia, viaggio ormai imminente, a fine settembre, in un paese che si è dato una legge che permette l’eutanasia e dove il rispetto della vita umana sarà certamente al centro dei discorsi di Leone, così come nel successivo viaggio in America Latina, che toccherà tre paesi, Uruguay, Argentina e il suo Perù: occasione per rimettere al centro quella che il giovane Giovanni Paolo II chiamava” struttura di peccato”, la povertà e la miseria in cui vivono milioni di persone.

Lei ha avuto modo di osservare Papa Leone anche al di là del ruolo e delle parole pubbliche. Quale tratto umano ha colto in lui che forse i fedeli non riescono a vedere? E c’è qualcosa del suo modo di essere che l’ha personalmente colpita?

Il tratto umano che più mi ha colpito, nelle occasioni di scambio che ho avuto, è la capacità di ascolto: chi parla con lui si sente davvero ascoltato. Ho la stessa impressione riportata da una persona, nel documentario girato su Leone in Perù, che afferma come Papa Prevost. ami semplicemente stare con le persone, imparare dall’altro, che esso sia la persona più semplice, un dignitario, un politico o un ecclesiastico. Ascolta sempre, e questo ascolto attivo è segno di un’apertura, di una volontà di imparare e migliorare, un tratto peculiare della spiritualità agostiniana: la regola di Sant’Agostino ha sempre invitato i suoi discepoli a non fermarsi mai nel cambiamento della propria vita, perché altrimenti si è morti. In questo ascolto ritrovo, giorno per giorno, la volontà di ricominciare, di migliorare, di andare avanti nel cammino di costruzione di sé.

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